ABBANOA, MAZZATA DELLA CASSAZIONE, DEVE RISARCIRE OLTRE 5 MILIONI AL CONSORZIO INDUSTRIALE DI SASSARI

CONDANNATA A PAGARE ANCHE LE SPESE LEGALI MAGGIORATE PER LITE TEMERARIA

SENTENZA SENZA APPELLO, ADESSO FATE FUORI I RESPONSABILI DEL DISASTRO

Una mazzata durissima. L'ha inferta ad Abbanoa la Cassazione con una sentenza appena pubblicata con la quale condanna la società idrica a risarcire oltre 5 milioni di euro al consorzio industriale di Sassari.

L'alta corte è andata oltre con una decisione che condanna Abbanoa a far pagare anche il doppio della sanzione per lite infondata.

Una sentenza non solo sul merito ma anche sul modus operandi della società regionale che più di una volta ha utilizzato i tribunali per perdere tempo e continuare a vessare i suoi clienti.

Abbanoa era ricorsa in cassazione per annullare la sentenza n. 455/2017 della Corte d'Appello di Cagliari pubblicata il 24 settembre.

Il Consorzio Industriale Provinciale di Sassari, già Consorzio A.S.I. aveva presentato controricorso.

All'origine della vicenda ci sono i decreti n. 2342/2013 R.G. e n. 3760/2013 R.G., con cui il Consorzio Industriale provinciale di Sassari ingiungeva alla società Abbanoa il pagamento di euro 5.274.443,83 dovuti per i servizi di depurazione delle acque svolti nel comune di Porto Torres negli anni 2010-2013.

Abbanoa proponeva opposizione e chiedeva la revoca dei due decreti ingiuntivi, sostenendo che le somme erano state determinate utilizzando parametri diversi da quelli previsti dalla legge.

La Cassazione respinge la tesi su tutta la linea.

Il giudice d'Appello e la Cassazione hanno ritenuto che il credito del consorzio fosse stato dimostrato attraverso la ricostruzione storica della prestazione di depurazione reflui e che le fatture sulla cui base erano stati ottenuti i decreti
ingiuntivi erano rapportate a dette misurazioni, limitandosi a documentarle.

La Cassazione suggerisce ad Abbanoa: "non giova pertanto alla ricorrente insistere sulla inidoneità delle fatture a costituire prova del diritto di credito. Il credito e la sua quantificazione risultavano, dunque, non dalle fatture ma
dalle suddette prove, sicché deve negarsi che la Corte territoriale sia incorsa della denunciata violazione dell'art. 634 c.p.c. per aver ritenuto nel giudizio di opposizione provato il credito sulla base delle sole fatture.

Dunque appello infondato:

1) In definitiva, il ricorso non merita accoglimento.

2) Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

3) Si dà atto della ricorrenza dei presupposti processuali per porre a carico
della società ricorrente l'obbligo del pagamento del doppio del contributo unificato.

Per Questi Motivi

La Corte rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese in favore della controricorrente, liquidandole in euro 20.000,00 per
compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi dell'art. 13, comma 1 quater del d.p.r. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della
società ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari aquello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso articolo 13.

Così deciso nella camera di Consiglio della Terza Sezione civile della Corte Suprema di Cassazione in data 26/09/2019.

Adesso qualcuno intervenga per bloccare questa deriva giudiziaria di Abbanoa, rincorrere le cause sino in Cassazione avendo ben chiaro l'esito significa dilapidare soldi e vessare clienti e non solo.

I responsabili di queste azioni paghino, non solo in solido, per danno erariale, ma vengano messi in condizione di non nuocere ulteriormente!