Caffettiera, pizzino islamico & stragi: da Macomer a Berlino

Febbraio è inoltrato quando entro nel carcere di Macomer. E' il 2012. Quando gli agenti della Polizia Penitenziaria mi informano dell'accaduto sono di poche parole: siamo stati feriti, abbiano subito un'aggressione dentro il carcere, non si tratta di detenuti comuni.

Con la messaggistica non vanno oltre. Lascio ogni cosa e parto verso la capitale del Marghine.

A tu per tu le informazioni sono copiose e dettagliate. Un signorotto tutto preghiere e salamelecchi aveva lanciato una caffettiera rovente addosso ad un agente, ferendolo gravemente. Non era un buontempone. E la sua detenzione doveva passare inosservata, se non fosse stato per quella sua propensione a lanciare ogni genere di cosa gli capitasse tra le mani, fosse una caffettiera bollente o una bomba in grado di provocare una strage.

Il ragazzo dalle movenze da predicatore, lanciatore di caffettiere, è un tunisino con un curriculum vitae da far invidia al più incallito terrorista al mondo. Bouyahia Hamadi Ben Abdul è a pieno titolo nella lista nera di Obama considerato tra i 60 terroristi più ricercati al mondo.

Detenuto a Macomer, per qualche tempo, con telefono a disposizione per conversare in tutte le capitali del terrore come testimonierà il registro delle chiamate filmato inavvertitamente da una telecamera che racconta qualche anno dopo la chiusura di quel carcere.

Un carcere per ladruncoli di polli trasformato nel silenzio più totale nella detenzioni di personaggi di spicco internazionale compresi gli autori dell’efferata strage alla stazione Atocha di Madrid. Quella dell'11 Marzo 2004 . Quasi 200 morti e oltre 2000 feriti.

Entro nel penitenziario del Marghine il giorno dopo l’aggressione islamica a due agenti inermi. Mi accompagna il vice Sindaco Giovanni Biccai. Il carcere scoppia, mi dicono.

La caffettiera bollente addosso ad un agente era l'epilogo. Rissa e dramma sfiorati. Gente senza niente da perdere. Figuriamoci se si mettono problemi ad uccidere una guardia a colpi di caffettiera.

Avevo visitato tante carceri ma quella di Macomer mai. Ti aspetti muri di recinzione da Guantànamo e invece ti ritrovi davanti ad un carcere per minorenni. La gestione scanzonata delle strutture penitenziarie sarde da parte del Ministero aveva deciso di farne una struttura per terroristi islamici. Non esclusiva, ma con un braccio, quello a sinistra entrando, tutto dedicato a loro.

Oscillano dai 12 ai 6. Da guardare a vista, marcamento a due . Un detenuto, almeno due agenti. Questo nel minimo codice di sicurezza.

In realtà quei poveri agenti penitenziari erano costretti a lavorare a ranghi stracciati. Uno, due massimo per tutta questa associazione “fate bene fratelli”.

I signori dal pizzetto sparato, curato come un vessillo di guerra, lo sanno bene. Se ne rendono conto. E tentato di fare i padroni, anche in carcere.

Comandano loro, nell’immaginario di chi pensa di essere a casa propria. Gli basta un niente per scatenare l’inferno. E così il giorno prima questo baldo giovanotto, che mi guarda fisso per incutermi terrore, accusato di tutto e di più, con pene da scontare in mezzo mondo, ha la geniale idea di ripristinare il corano scaraventando una caffettiera addosso al malcapitato agente che resta a terra tramortito.

Un secondo agente si accorge del tutto e riesce ad evitare il peggio.

Tengo lo sguardo. Buongiorno, dice lui. Replico: “tu chi sei?” Mi proferisce un nome che solo per annotarlo sul taccuino avrei dovuto trascorrere la giornata lì dentro.

Il “ragazzo” si fa mistico e indossa il volto del finto remissivo, di chi non ha capito perché stia ricevendo visite il giorno dopo la caffettiera show.

Vado subito al nocciolo della questione: “ma per quale motivo hai aggredito l’agente con la caffettiera?” Parla italiano, stentato con le parole, eloquente con i gesti. “Ioooo??? Io non avere lanciato caffettiera. Caffettiera poggiata qui, caduta da sola. Io non sapere come caduta. Agente ferito ma io non avere niente con lui”.

Le trasse sono da bandito attore: non ho fatto niente, non ho visto niente, non capisco bene la lingua.

Tra me e me rifletto su questo “innocente” in carcere e mi domando cosa lo abbia portato a Macomer, nella capitale del Marghine.

Oso la domanda cruciale: “ma come mai sei in carcere?” Non aspettava altro.

Chiama l’agente e gli ordina di farmi entrare in cella. L’agente replica: “non è il caso”.

Educato ma poco perentorio a mio parere.

Ci penso io ad evitare la reiterazione dell’invito. E glielo dico a modo suo: “ascolta, dimmi quello che devi dirmi. Io fuori, tu dentro”.

Non si rassegna ma capisce. Prende un faldone che nemmeno l’archivio di Stato avrebbe catalogato con tale precisione millimetrica. Del resto una buona fabbrica di balle ha bisogno di supporto cartaceo ben organizzato. Gli dico di lasciar perdere. “Non ho tempo, dimmi perché sei qui”. E lui: “lungo, molto lungo. Io arrestato Milano. Ma non avere fatto niente. Io casa amico. Mattina presto sfondato polizia. Io dormire. Sotto letto trovato mitra. Ma io non sapere di mitra sotto letto. Io pronto partire Francia. Ora arrestato”.

In realtà il “francescano” con i sandali ha sulle spalle stragi e attentati in mezzo mondo e la morsa di Pisanu, ministro dell’Interno, lo scova e lo schiaffa in carcere prima di un nuovo attentato a Milano.

Parla e cerca documenti. Non trova quello che mi deve dare. Chiede all’agente di uscire dalla cella per farselo dare dal suo amico francese convertito all’Islam. Distanza quattro celle. I due non si possono parlare. Ma stranamente dispongono di documenti a mezzadria.

L’agente è perentorio, questa volta: “non puoi uscire”. Gli dico che non importa. Sta diventando pedante, lo saluto e vado avanti.

Arrivo sino al francese. Il grande reclutatore, il franco-tunisino Raphael Gendron, braccio destro dell'imam Ayachi, leader islamista 'belga' pregiudicato per terrorismo, ucciso subito dopo la detenzione a Macomer in uno scontro con le truppe dell'esercito di Damasco. Scheggia islamica in salsa napoleonica. Faccia angelica, costernato e con il pensiero rivolto a figli e mogli che non sa dove siano. Italiano strascicato dalla erre moscia.

Parla subito lui: “mio amico aver detto, che devo dare a te documento. Ecco, noi innocenti, questo documento spiega tutto”.

Prendo un foglio fitto fitto di parole, opere e omissioni di questa congrega paramilitare nel carcere di Macomer e vado via.

Da quel momento la mia domanda è solo una: ma come hanno fatto a comunicare da una cella ad un’altra i due? Come ha fatto il primo a dirgli di darmi il documento? Ma non è vietato che parlino tra di loro? Ma poi due celle a distanza di 20 metri, come hanno fatto? In realtà quel carcere, mi spiegano gli agenti, è un colabrodo. Bucato. Il primo islamico si è affacciato alla finestrina, ha comunicato con la finestra affianco, sino ad arrivare all’ultima destinazione. La Guantànamo sarda per agenti islamici in trasferta sarda era una passeggiata.

E quando Toni Capuozzo lascia intendere che l’attentato di Tunisi sia maturato nel carcere di Macomer non mi stupisco. Quando andai via da quella struttura, fui risoluto nel mio convincimento: allontanate subito questi terroristi dalla Sardegna. Non sono in carcere ma in vacanza. E progettare qualsiasi cosa per loro era fin troppo facile, per un carcere senza muri, progettato per detenuti comuni e riservato poi a terroristi della peggior specie. Misteri tutti italiani.

Nello stesso periodo a Lampedusa e con la stessa tecnica del colabrodo entra in Italia uno che si spaccia minorenne: Anis Ben Mustapha Ben Othmen Amri, classe 1992, nato a Hached El Weslatia, governatorato di Kairouan, tunisino.

E' lui che il 19 dicembre scorso lancia un tir carico d'acciaio contro la folla del mercatino di Berlino uccidendo 12 persone e ferendone gravemente oltre 50.

Era sbarcato in Italia come un immigrato qualsiasi, su un barcone nel 2012.

Per lungo tempo - secondo il capo della polizia tedesca - «avrebbe vissuto in un centro accoglienza profughi di Kleve», cittadina di 50mila abitanti del Nordreno-Vestfalia al confine con l’Olanda e distante oltre 600 chilometri da Berlino.

Un delinquente che aveva trascorso qualche anno nella carceri italiane dove, raccontano e annotano gli agenti penitenziari, era diventato violento e radicale: allevato come terrorista provetto, pronto a tutto.

Esce ed entra tranquillamente ovunque dopo quella detenzione. Passa da una nazione all'altra.

Senza confine la sua missione. Inesistente il suo controllo.

Tutto questo prima dell'attentato. Dei morti, del terrore.

Dopo come prima. Riesce a lasciare Berlino centro, raggiunge Berlino periferia. Attraversa tutta, dicasi tutta la Germania. Da Est a Ovest, entra in Francia, attraversa per tutto il versante est e poi punta verso l'Italia.

Entra a due passi da Torino, va in stazione, prende un treno, attraversa mezzo nord Italia e arriva a Milano.

Un caso, un controllo casuale lo spedisce all'inferno.

Grazie a due poliziotti, uno esperto e uno in prova, con la freddezza necessaria per difendersi da un criminale pronto ad uccidere. Ecco, merito solo loro. E di nessun altro!

Non mettete di mezzo il governo, non mettete di mezzo l'intelligence europea.

Non c'entrano niente.

Questo signorotto, alla pari del lanciatore di caffettiere di Macomer è stato in carcere come un normale ladro di polli, nessuno ha ascoltato gli agenti penitenziari che lo descrivevano come un terrorista prossimo al debutto.

Niente! Lo hanno fatto passeggiare in lungo e in largo, da Lampedusa al nord Italia, entrava e usciva. Alla pari della Germania e della Francia.

Un'Europa senza pudore, attraversata come un palla infuocata in mezzo a un panetto di burro.

Sentire gente come Gentiloni o Minniti evocare la sicurezza a tutto tondo è roba da non credere. In mano a dilettanti. A partire dal divulgare i nomi e i volti degli agenti che hanno fermato quel criminale.

Basterebbe vedere l'infografica dei movimenti di questo terrorista per capire di che Europa stiamo parlando.

Facciamo feste serene, ma siamo in mano ad un'Europa di dilettanti e ad un' Italia colabrodo, crocevia per terroristi che entrano dai barconi e finiscono sui Tir a Berlino. Passano qualche giorno di vacanza nelle carceri a chiacchierare e pianificare attentati e poi ce li ritroviamo a Sesto San Giovanni, con poliziotti privi di qualsiasi protezione e senza alcun arma in grado di fermare qualsiasi terrorista più organizzato.

Nel contempo, però, continuano a sottopagare polizia e carabinieri, continuano a foraggiare inutilmente l'industria delle armi inutili.

Continuano pervicacemente a tenere lontano l'Esercito da quell'apporto decisivo alla sicurezza interna. Per quel presidio del territorio indispensabile in Italia come in Europa.

Preferiscono foraggiare l'industria bellica, quella che produce tangenti, affari e lascia indisturbati i terroristi a farci la guerra dentro casa.

Preferisco dirlo: incapaci e irresponsabili!