KAROL, SANTO MINATORE - Quel giorno a tu per tu con un Papa che ha cambiato il mondo

Dalla discesa nei pozzi di Monteponi all'udienza privata nella sala Clementina. Un Santo minatore con la Sardegna nel cuore.

Ricordi ed emozioni di Karol Wojtyla, il Grande.

Karol Wojtyla, il Grande. Vescovo di Roma, successore di Pietro, professione minatore, leader spirituale ma non solo di Solidarnosc, oggi è diventato Santo. Una formalità, dicono in molti. Del resto vox populi aveva invocato sin dal suo estremo saluto la formula ampia del “Santo subito”. Un fiume di ricordi si abbatte come un torrente di emozioni sulle menti di ognuno, dal laico al professante, dall’ateo al bigotto. Senza confini, come il suo Pontificato. I fotogrammi di quella sua sofferenza in ultimi frame di una vita segnata da pallottole e rivoluzioni, da miracoli e profezie. La prima volta che incontrai questo signore vestito di bianco non ero solo. La diretta in quadricromia televisiva da Piazza San Pietro aveva appena annunciato fumata bianca. La telecamera fissa, con lo zoom proteso oltre le tende di quel monumentale balcone, scandiva i secondi divenuti infiniti che avrebbero proiettato al mondo intero quel “Se mi sbaglio mi corrigerete".

SANTO NEI CIELI E NELLE VISCERE DELLA TERRA

Correva l’anno del Signore 1978. Sedici ottobre. E di quel giorno non mi sarei mai più dimenticato. Regalo inatteso per il mio dodicesimo compleanno. Insomma, un Papa con cui festeggiare indissolubilmente un anniversario. Mai e poi mai, però, avrei pensato di incrociare nella vita terrena le gesta di colui che sarebbe entrato nella storia a suon di passi prima spediti e decisi e poi tremolanti e minuti. Oggi solca l’altare più alto. Santo. Santo nei cieli, ma anche nelle viscere della Terra. Un Pontificato dalle vette alle profondità.

MINATORE A CIELO APERTO

Minatore di cava, come raccontò ai suoi “compagni” nelle profondità della miniera di Monteponi. Karol, il polacco, sapeva di non essere il primo pontefice a solcare la stratigrafia di una delle terre più antiche, ma era ben conscio che nessun inviato della Sacra Romana Chiesa sarebbe stato così vicino al cuore pulsante delle viscere della terra, a due passi da Lucifero. Ai più sembra indecifrabile che questo Pontefice in visita pastorale per tre giorni in Sardegna abbia scelto di compiere i primi passi nella terra delle miniere. Passi verticali, in profondità. Per parlare chiaro e demolire i primi muri del Capitalismo spinto che mette davanti a tutto l’interesse di pochi a scapito dei più deboli. Avamposto comunista, dominato dai padroni dell’Eni, il Sulcis è da sempre il crogiuolo delle lotte operaie. Quelle più cruente. Con morti e sangue. Versati per un tozzo di pane negato sull’altare del capitale.

UN SANTO A VILLA ECCLESIAE 1750 ANNI DOPO

Quell’elicottero bianco che sorvola Iglesias è preceduto tutta la mattina da un vorticare di ali d’acciaio che falciano l’aria ad alta quota come se volessero preannunciare la discesa nell’antica Villa Ecclesiae del successore di Pietro. Ad Iglesias un Papa era già venuto. Senza elicottero e in catene. In esilio. Punito e recluso nelle viscere della terra. Papa Ponziano, millesettecentocinquanta anni prima (1750) di Karol Wojtyla. Morto di stenti nel 235 d.C. ad Metalla. Nello stesso proscenio di piombo e zinco dove il Papa minatore ha scelto di dire messa. Da via Indipendenza, sede della scuola Allievi Carabinieri, dove atterra l’elicottero pontificio è un tripudio di bambini, di gente comune che ha lasciato dall’alba le case per riversarsi per strada, per cogliere un millimetrico gesto da impressionare nella pellicola dei momenti importanti. Dal cuore della città al villaggio minerario di Monteponi ci sono tre chilometri di folla. Folla vera. Non quella dichiarata nelle manifestazioni di partito. Assiepata come mai nessuno aveva visto prima, nemmeno per la più imponente manifestazione operaia della storia. Sette anni e due giorni dopo l’inizio del suo Pontificato Giovanni Paolo II mette piede nella terra di Sardegna. Iglesias. Monteponi. Villaggio minerario costruito quando la Monteponi era la Fiat d’Italia. Piombo e zinco a gogò. Lavoro, sacrifici, sudore e sangue.

UN FULMINE BUSSA NELLA PORTA DI CASA

Da qualche ora avevo iniziato a traguardare il mio ventesimo anno di vita e già annotavo questa giornata come una di quelle che ti segnano in profondità. Percezione di un fulmine che sta per bussare alla porta di casa. L’atmosfera secondo molti è suggestione.

In realtà in quelle ore è carne. E’ emozione che spezza il fiato, mozza il battito. Quando il candore di quella veste bianca si staglia in lontananza mentre varca la soglia della piazza della miniera nel delirio collettivo, penso a questa mia città che soffre, si raduna per protestare, che vive nell’angoscia del futuro e che di punto in bianco si ritrova con il vescovo di Roma dentro casa.

COMUNISTI IPNOTIZZATI

Ci sono tutti, compresi i capi comunisti della città, in prima fila. Storie di falce e martello che scorrono nelle vene. Eppure sono lì. Giunti increduli e distaccati ai piedi del sommo Pontefice ora non lesinano il bacio sull’anello papale. Ipnotizzati. Nemmeno davanti a Marx in persona avrebbe rinunciato a sfiorare quel signore venuto da lontano. Il sole batte forte sull’altare di Monteponi, allestito di rosso e di bianco dall’Eni, graziato da una visita che fa allentare la tensione delle miniere verso i kaimani dell’ente di Stato. Vorrei prendere appunti di quel che vedo, ma gli occhi e le parole non riuscirebbero mai a rendere giustizia. Impossibile in quei momenti riflettere su quel che sta accadendo. Le reflex non hanno ancora il motore e solo qualche preistorica telecamera impressiona il passo spavaldo, spedito e impetuoso di chi ha capito da subito di giocare in casa.

IL MINATORE DI CRACOVIA GIOCA IN CASA

Lui, il minatore di Cracovia fattosi Papa e ora Santo, non guarda quelle donne e quegli uomini che gli si fanno avanti. Non li guarda, li conquista. Li trafigge con occhi sicuri, decisi, di uno che sa quel che deve dire, che sa di avere una missione precisa da compiere. Sorride, sorriso che trasfonde fiducia, coraggio. Un raggio di sole in quei volti semplici e provati di chi ha i segni della vita solcati sul viso e sulle mani. Mani di pietra. Sguardi abituati a trafiggere le notti eterne delle profondità immense di questa terra. La distesa di caschi bianchi e lampade contrastate dal riflesso dei raggi battenti è il tappeto rosso che si attendeva. Gioca in casa Karol. Lo sguardo è fiero. Sa che da lì potrà sfidare con parole forti e messaggi chiari coloro che pensano all’uomo come strumento per il profitto. Coloro che per il guadagno fine a se stesso impoveriscono le coscienze e umiliano la dignità dell’uomo. Non è un caso che abbia scelto questa miniera. Questa città. Questi simboli monumentali del lavoro. Di quello più duro. Più cruento. Più profondo. Li fissa uno ad uno quei minatori, figli e nipoti di esploratori sotterranei. Rami e radici di questa terra. Li abbraccia. Tutti quelli che può, quasi a traspirarne forza ed impeto, paure ed emozioni. Quel suo passare in rassegna la sua gente è una sorta di training autogeno, per lui e per loro.

Li sente come suoi compagni di lavoro, seppur con la differenza della luce, visto che lui la pietra l’aveva cavata a cielo aperto e non nelle profondità. Il suo sguardo è quello di un missionario che raccoglie emozioni e trasferisce passione.

SOLIDARNOSC VIVE NEL PROFONDO SULCIS

Quando i suoi occhi squarciano le prime file per traguardare la folla si percepisce lontano un miglio che uno striscione lo illumina: “Solidarnosc vive”. Lo sa bene, Lui. Così come sapeva di doverli incontrare, quei minatori connazionali che da Silius erano giunti sin li per dispiegare quella testimonianza di lotta e solidarietà. La calca diventa rissa di mani 16 che si protendono come possono in quella selva di tute lavate a nuovo ma consunte dal lavoro vero. Le mani di quel minatore divenuto Pastore di Dio sono delle prese elettriche, scosse telluriche nel cervello di chi sente forte l’emozione di un giorno irripetibile.

L’IMPETO DELLO SCALATORE

Il passo deciso di quest’uomo di bianco vestito si fa falcata. Conquista l’altare maggiore di Monteponi con l’impeto dello scalatore. Ascolta le invocazioni di un giovane Angelo Meloni, minatore di Monteponi, che parla a nome di tutti. Annuisce Karol. Approva l’esortazione al lavoro per tutti e alla dignità umana delle famiglie. Si fa incupire solo per un attimo quando l’appello al futuro dei nostri figli è rivolto agli uomini di Stato che pure sono su quel palco. A quei boiardi di palazzo che non lesinano promesse e legnate, promulgatori dell’antica regola della carota e del bastone, la voce del minatore giunge come una litania che disturba, nel giorno in cui l’Ente di Stato pensa solo a quel caschetto Eni – Samim che il Santo Padre ignaro dello spot indosserà da lì a poco per la discesa nelle viscere della terra.

FACCE TOSTE SENZA PUDORE

Ascoltano Franco Reviglio e Alberto Grotti. Presidente dell’Eni il primo, Presidente della Samim il secondo. Hanno la faccia tosta, i due. Non si sono confessati nè prima e nè dopo. Pronti a dire l’ennesima balla di Stato, anche davanti al successore di Pietro. Peccatori impenitenti. Spudorati senza pudore. Girone dantesco assegnato, l’inferno. Coda di paglia senza limiti. Parla Reviglio. Presidente del colosso di Stato. Sintetizzo a memoria: “Siamo qui per rispondere ad un esigenza sociale, ancor prima che per soddisfare esigenze di carattere economico. Grazie a noi la Sardegna sta rinascendo”. Reviglio, socialista doroteo, maneggia l’enciclica del lavoro con una disinvoltura magistrale, pari a quella di un biscazziere professionista del gioco delle tre carte. Arriva a dire, in pubblica piazza: “I sardi hanno alle spalle una storia millenaria di sacrifici, di lotte, di impegni duri e quotidiani da cui sono sempre usciti più forti e sicuri”.

INDECENZA DI STATO

La sfacciataggine è illimitata: “A Lei Santità – dice la volpe Reviglio – garantiamo che nessun investimento economico e di conoscenze tecnologiche avrebbe senso se non si poggiasse sulla sicurezza della volontà degli uomini”. Chiusura scoppiettante: “Santità la sua presenza è per noi la più alta riaffermazione del diritto di ogni uomo a vivere in un mondo più sicuro e più giusto”. Franco Reviglio. Presidente dell’Eni. Non c’è limite all’indecenza di Stato per chi gestisce con il ricatto quotidiano la vita di questi uomini e minaccia un giorno si e l’altro pure di andarsene. Il Papa non lo sa. Non conosce i dettagli travagliati del rapporto perverso dello Stato verso questa terra. Percepisce che non c’è lo scrosciare d’applausi quando conclude il boiardo di Stato, e per Lui il termometro è alto.

LA SFIDA DI KAROL

Quei volti che ha toccato ad uno ad uno adesso si stagliano come raggi laser rivolti ai suoi occhi, alle sue gesta. Si attendono, i minatori, che il loro “compagno di miniera” assuma le redini della sfida al sistema. Lui, non si fa pregare. E’ qui, giunto in questo lembo di Sardegna, a due passi dall’Africa, per tre ragioni: qui è terra del lavoro più duro, qui la dignità dell’uomo è a rischio, qui più che altrove la supremazia dell’uomo è messa in discussione.

UN SANTO CON MARTELLO E SCALPELLO

Wojtyla non parla, detta. Non si fa sentire, scolpisce le parole. I concetti sono ferro caldo sulla carne viva. “Prima del Cristianesimo, - scandisce - la fatica fisica, come ogni altra forma di sacrificio e sofferenza, era considerata soltanto una fatalità insopprimibile priva di orizzonti di luce”. Il minatore di Cracovia impugna lo scalpello e detta: “Il disegno di Dio è chiamare l’uomo a collaborare, mediante l’impegno della mente e delle braccia, all’opera grandiosa di soggiogare la terra”. Ci sono tutti. Da Su Zurfuru a Funtana Raminosa, da San Giovanni ad Olmedo, da San Benedetto a Masua. Ascoltano. Religioso silenzio, rotto da applausi che sottolineano la condivisione del suo dire. Il preambolo lascia intravvedere lo tsunami del verbo di Karol.

IL VALORE DEL LAVORO NON E’ IL PROFITTO

Non perde molto tempo. Guarda in faccia i suoi discepoli in terra di miniera, prende il primo chiodo e comincia l’opera di incessante martellamento. Colpi secchi. Sicuri. “Il valore del lavoro umano non può essere ridotto a semplice processo di produzione o considerato soltanto in rapporto alla finalità economica”.

LA SCOMUNICA DI KAROL

La crociata è tracciata. Il chiodo infilzato nella roccia. Assesta il colpo finale : “Chi opera nell’alveo del profitto altera profondamente la vera nozione di lavoro, si priva il lavoratore delle prerogative sue proprie, si distorce la verità stessa dell’uomo, che resta umiliato nella sua dignità più profonda”. Abbandona i fogli. Il testo scritto lascia spazio alle parole del cuore. Si agita. E’ funesta l’ira che ribolle nel suo fissare dritto gli occhi di migliaia di persone. Vuole piantare un chiodo in ogni cervello che ha davanti. Vuole spronare a viso aperto i suoi compagni a reagire. Li fissa e scandisce a braccio.

L’ENCICLICA DI MONTEPONI

“Incrociare le braccia è un pericolo sociale e morale. L’uomo è chiamato al lavoro, ha il dovere del lavoro, e quindi anche il diritto al lavoro”. E’ l’applauso più lungo, più sentito. Delle madri, dei padri, dei figli. L’enciclica di Monteponi è scolpita nella pietra miliare di una giornata memorabile. Ai figli dedica la parte finale del suo scolpire. E’ l’esortazione più decisa quella che rivolge alla classe politica quando ordina di reagire: “la piaga diffusa della disoccupazione venga efficacemente affrontata, in tempi brevi ridotta, e via via eliminata”.

LA PRIORITÀ DELLE PRIORITÀ: I GIOVANI

E’ nella scala delle priorità, la priorità. “Il problema della disoccupazione è profondamente umano, profondamente etico in cui sta il bene dell’uomo, della società a cui vengono legate le sorti delle future generazioni, dei giovani”. Parole che sono faro, luce e raggio di speranza. La piazza oggi a Lui dedicata è scossa alle radici. La distesa di caschi bianchi applaude con vigore. Entusiasmo e compostezza, vibrazioni ed emozioni da disarmare le coronarie. Chi di noi assiste a quei momenti ha la percezione che quella giornata resterà indelebile. Istanti, parole, gesti che entrano nella memoria con l’impeto di una cavalleria al galoppo, restano scolpiti nella vita. Karol Wojtyla, il Santo minatore, lascia il sagrato di Monteponi in un tripudio che non conosce tregua. Giusto il tempo di abbracciare i suoi connazionali, i suoi compagni di lavoro, per poi indossare l’incerato trasparente che i signori di Stato gli hanno preparato per accompagnarlo in fondo ai pozzi.

Per un attimo, lungo mezz’ora, lascerà il sole che ancora riscalda questa giornata, per incontrare il buio a 364 metri sotto il livello terrestre, duecento sotto il livello del mare. Il viaggio più profondo che questo Santo minatore compirà nella grandezza del suo Pontificato. Simbolo di un uomo che non si fermerà al velo superficiale delle sfide che lo attendono, ma che saprà scavare nella profondità delle coscienze, per lasciare indelebile il suo insegnamento di coraggio, capace di spalancare le porte delle ideologie, ed aprirle all’Uomo protagonista della vita e dell’universo. Porte che Lui si appresta a spalancare con la forza inedita di chi ti guarda negli occhi e ti ordina di reagire.

Santo nei cieli, in terra e sottoterra.

UN SANTO AL COSPETTO DELL’INFERNO

La discesa nei pozzi.

Non ha idea dove lo stiano portando. Nessuno gli ha fatto uno schemino grafico per spiegargli che quell’ascensore fatto d’acciaio, lo porterà a due passi da Lucifero. Indossa un incerato che l’Eni ha fatto predisporre perché le vesti papali non venissero oscurate. La regia passa nelle mani dei padroni. Lui lo percepisce, ha la sensazione che quella gabbia che lo porterà nelle vene profonde di questa terra sia stretta e che occorra spalancare anche i cancelli della tecnologia perché anch’essa sia al servizio dell’uomo e non il contrario. Gli parlano in tanti, tra ascensore e profondità. Ognuno vorrebbe farlo proprio, per spiegargli l’importanza di quel pozzo, per fargli credere che quel traguardo tecnologico sarà il futuro che Lui ha tracciato.

LASCIATEMI VEDERE

Vuole osservare, però, il Vescovo di Cracovia divenuto Santo. E a chi insiste ad esaltare gesta di Eni e quant’altro ribatte con un secco: “Sarebbe utile per me avere un promemoria per questi problemi specifici”. Come dire lasciatemi vedere. Lasciatemi scrutare, lasciatemi capire. Non è semplice spiegare al portavoce del Creato che qui, l’uomo, la tecnologia, hanno sfidato l’impossibile. Hanno scavato un pozzo profondo 364 metri. Linea retta. Una sfida al mare. All’immensità dell’acqua salata che penetra nelle profondità.

L’ETERNA SFIDA TRA L’UOMO E IL MARE

E’ la grande sfida di sempre in questo angolo di terra tra l’uomo e il mare. Tra il minatore e la produzione, tra l’acqua e il minerale. Per 164 metri terra asciutta. Solo vene d’acqua dolce. Dopo di che si inizia a combattere con il livello del mare. Da quel momento in poi bisogna estrarre l’acqua di mare per una superficie grande quanto l’intero bacino minerario e per una profondità disumana di 200 metri sotto il livello del mare. Per ogni metro che si scende milioni di metri cubi che devono essere prosciugati e fatti defluire nella galleria posta a livello zero o poco più, giusto il tanto perché l’acqua estratta ritorni a mare. E’ un gioiello della tecnologia, il pozzo di meno 200 che Giovanni Paolo II inaugura in questa giornata campale. Non può prendere appunti, ma registra tutto. Capisce che l’uomo sta vincendo la sfida. Che il mare si è ritratto. Che quelle mostruose pompe in profondità stanno aspirando il mare da sottoterra per consentire all’uomo di prelevare il minerale più lontano. Duemila litri d’acqua al secondo prendono la via del mare passando per le vene della terra che l’uomo ha intercettato. Non commenterà il Santo Padre. Ha registrato, si è guardato intorno. Ammette che questa sfida della tecnologia è segno di progresso, ma non dimentica che questa sfida imponente serve all’uomo e non al profitto. E’ nella sala pompe, centrale di tecnologia unica ed esclusiva dell’impianto di eduzione più sofisticato al mondo, che scorge la statuetta della Madonna.

IL MIRACOLO IGNOTO DELLA MADONNA DI MONTEPONI

“Che bella cosa” sospira Karol davanti a tutti quei pulsati che Lui non può controllare. Quel presidio attivo della Madonna è il conforto che attendeva per risalire in superficie. Come se avesse affidato a quella preghiera davanti alla Madonna quella missione sotterranea che non intende in alcun modo lasciare nelle mani dei padroni. Santo diventa in quel momento, Karol il minatore. Qualche anno dopo, quel gioiello di tecnologia esplode sotto la pressione dell’acqua di mare che i nuovi padroni vogliono far risalire di tutta fretta. Dentro quella galleria, dentro la sale pompe, ci sono sette minatori, la lapide che ricorda la visita di Karol il grande, e la Madonna che Lui ha benedetto. Uno stridolio avverte i minatori, il peso dell’acqua sulla sala pompe, stagna e isolata, si fa pressante. La fuga è appesa a frazioni di secondo. Il racconto di quella mattina del 1997, dodici anni dopo la visita del Santo Minatore, è avvolto nei verbali del Corpo delle Miniere. Sono salvi, tutti e sette. Miracolati. Non per caso, per intercessione. Quella Madonnina è rimasta lì, a vegliare le profondità della terra, con la benedizione del Santo minatore.

A TU PER TU CON IL SANTO MINATORE

Avevo trascorso notti intere in quella sala pompe. Io, la fascia tricolore, la Madonnina e quella lapide che ricordava la visita del Santo Padre. Mi ero chiuso in quella sala pompe per impedire la rovinosa risalita della falda di mare. I nuovi padroni che avevano preso l’eredità funesta dell’Eni abitavano in viale Trento, a Cagliari, sede della Regione nominalmente autonoma. Avevano deciso di spegnere, senza pensarci due volte. Chiudere. Imperativo irrazionale di una logica senza strategia. Spiego che la risalita della falda deve, eventualmente, essere controllata. Non si posso cancellare centinaia di chilometri di gallerie sotterranee senza aver messo tutto in sicurezza, senza aver riflettuto sul possibile utilizzo di quello straordinario patrimonio di tecnologia e di lavoro umano.

Non ci sentono e non vogliono sentirne.

E’ mezzanotte quando busso a casa di un minatore esperto d’argani. Lo prelevo a forza per indurlo ad azionare il meno duecento. Indosso la fascia tricolore di modesto e umile Sindaco senza padrini, con l’unica missione di salvare le falde idriche che alimentano la città e non solo. La prima volta che vidi quel pozzo era il giorno in cui il Santo minatore lo varcò con tutta la sua imponenza. Non immaginavo cosa significasse viverci dentro per tre giorni e due notti. All’una del mattina sono dentro. I miei accompagnatori devono risalire. Resto solo, a 364 metri sottoterra, duecento sotto il livello del mare. Ho tempo per pensare, nonostante il telefono di profondità squillasse in continuazione. Prefetti e questori, autorità varie che esortavano la fine della protesta. Avverto: riaccendete le pompe di eduzione. Da qui non esco. Non so cosa mi dia la forza a trent’anni appena compiuti di restare lì sotto. Sapendo quel che tecnicamente stava accadendo. Sopra di me l’acqua di mare cominciava a riempire le cavità. La pressione su quelle pareti armate cominciava a premere in modo incessante. Passano le ore, infinite. Copro la telecamera di sorveglianza, provo a chiudere gli occhi. Ma è impossibile. E’ in quei momenti che nel silenzio del pensiero, nella profondità del buio immenso, mi domando seccato: ma un Papa minatore non potrà far niente per fermare tutto questo? Passa un’altra notte. Arriva il decreto. Il prefetto ordina la riaccensione di quelle pompe di profondità. Risalgo, ma so che il Santo minatore non potrà distrarsi. Qui, in questa terra depredata senza pudore, non si può distrarre nessuno. E nonostante quella lapide e quella Madonnina abbiano ceduto il passo alla negligenza e al profitto resta immutato quell’insegnamento di coraggio e giustizia che qui, nella terra di miniera per eccellenza, Giovanni Paolo II ha scolpito con la forza della fede e con la tenacia delle azioni. Da oggi per molti di noi, Karol è Santo minatore.

DALLE VISCERE DELLA TERRA ALLA SALA CLEMENTIMA

Mai e poi mai avrei sognato di incontrare quell’uomo. Di incontrarlo a tu per tu. Alla fine della Sua terrena missione. Esausto da un fisico provato, dalla mente lucida ma segnata dalle fatiche di un pontificato passato a spalancare porte, a buttar giù muri e a percorrere le profondità più lontane. Quando lo vedo capisco che sarebbe stato impossibile pronunciare una sola parola. Emozione a palla, direbbero i ragazzi d’oggi. Emozione da blocco totale. Il dramma di quel passo lento e strisciante contrapposto a quello spedito e deciso di quella missione in terra sarda.

La faccia della stessa medaglia. I segni della Sua grandezza non hanno eguali, che siano passi da falcata o avanzamento lento. Questo il racconto di allora, per quell’udienza privata che mi consentì di riallacciare quel filo rosso indelebile della memoria. Di un Papa minatore, divenuto santo, con la Sardegna nel cuore.

IL PAPA CON L'ISOLA NEL CUORE

Lettera dal Vaticano

Domenica, 2 dicembre 2001

«Sardegna…bella». Due parole, scandite nel silenzio dell’austera sala Clementina, luogo riservato alle udienze private del Santo Padre. Non credo alle mie orecchie: Lui, quell’uomo minuto, forte e piegato da anni di sofferenza e passione, si rivolge con uno sguardo deciso verso chi gli si presenta davanti con emozione e commozione. Ho visto per la prima volta il Papa quindici anni fa, nella mia città, quando, con un elmetto bianco, scendeva a 200 metri sotto il livello del mare, inforcando con passo deciso le gallerie della miniera di Monteponi. L’ho incontrato due anni fa in occasione della beatificazione di Fra Nicola da Gesturi, ma anche allora ero troppo lontano per scorgere un gesto, un sorriso, un pensiero, una parola. Giovedì scorso, invece, in occasione dell’udienza privata con i presidenti delle Regioni, quel “Papa nonno” raccoglie dallo speaker ufficiale il nome della nostra terra.

SARDEGNA BELLA

Quel suo sguardo sofferto, rivolto spesso verso il basso, ha un lento, ma inequivocabile, sussulto.

Mi guarda per un attimo, e tradendo un sorriso espresso con gli occhi, rivolge alla nostra isola un pensiero ad alta voce : «Sardegna…. bella». Sono impreparato a un silenzio rotto solo per noi. Faccio giusto in tempo a ricordargli quella discesa in miniera, a fianco ai minatori sardi e polacchi che l’Eni schierò per riceverlo con tutti gli onori nel cuore delle gallerie di Monteponi. «Ricordo…. Ricordo».

Il Papa polacco, figlio di terra di miniera non dimentica. Quel «ricordo… ricordo» è un tintinnio di emozioni , difficili da restituire con sole parole a quei tanti che vissero quella sua straordinaria visita nella nostra terra. È un Papa umile, combattente, che ha girato ogni angolo irrequieto dell’Universo ma che ha impresso nella sua memoria la Sardegna. Ognuno di noi dovrebbe sentirsi orgoglioso, fiero, della sua terra, di quella solidarietà e di quell’ospitalità che abbiamo lasciato nel cuore dell’uomo che ha cambiato le sorti del mondo. Ecco, in quei momenti, davanti a lui, con la sua mano nella mia, sentivo che quella carezza era rivolta a noi tutti. Ai sardi di allora, a quelli di oggi e domani. Nel fulcro di una città segreta ai più, riservata a pochi, nella sala Clementina, i presidenti delle Regioni hanno atteso per qualche minuto. Il brusio di parole che commenta i meravigliosi affreschi cessa in un attimo. Quasi d’incanto. L’attesa sembra essere finita. Qualche sguardo tra le guardie vaticane segna un messaggio inequivocabile. Da una porta straordinariamente alta e larga, che si apre a piccoli passi, si percepisce un silenzio profondo, irreale. Tutto si è fermato, l’unico presagio che irrompe lungo il corridoio d’accesso è quello di un flebile passo scandito da un leggero battito di tacchi. Un passo lento, che segna il ritmo dell’emozione. Da quella grande porta si scorge una sagoma minuta, bianca e trasparente. Papa Wojtyla è davanti a noi. Presidenti di Regione che auspicano autonomia e federalismo. E Lui, padre della Chiesa universale. Il battito di mani si leva sino alle volte della sala, Lui non accetta nemmeno un braccio di sostegno, va giù lento ma deciso sulla poltrona pontificia, supera l’ultimo gradino ed è pronto ad ascoltare. Scorrono i messaggi e gli impegni delle Regioni, impegnate in trincea per la famiglia, per un federalismo solidale capace di sconfiggere gli egoismi che tra regioni forti e deboli ancora esistono. Il suo messaggio è forte ma calibrato, “autonomista” ma “solidarista”, capace di sposare i valori della politica e nel contempo «valorizzare i principi fondanti della sussidiarietà». La voce flebile attraversa i sentimenti, sfiora il messaggio politico, ma raggiunge l’obiettivo: «Non vi è chiesto di operare una semplice riorganizzazione delle istituzioni». Il Papa della Rivoluzione Universale, del muro di Berlino frantumato dalla pace, vuole scelte forti, chiare, decise: «Prestate attenzione alla famiglia il cui ruolo è fondamentale per la costruzione della società». E i suoi passaggi sono espliciti, diretti, di un Padre che non ha più molto tempo per i fronzoli della politica: «Agevolate la formazione del nucleo familiare, badate alle attese delle giovani coppie, alle difficoltà per il lavoro e la casa, che spesso ritardano di molto il matrimonio e il formarsi della famiglia». Il Papa dei giovani rilancia: «Preoccupatevi del mondo della scuola, dell’istruzione e della formazione professionale, della cultura e dei beni storico artistici». E poi l’autonomia solidale, messaggio forte e chiaro: «La legittima pluralità di orientamenti, nei quali si manifesta l’identità specifica e l’autonomia di ogni Regione, non si oppone alla necessaria solidarietà ed alla cooperazione, animata dalla consapevolezza e dalla responsabilità di appartenere ad un’unica e unitaria comunità nazionale». È stanco il Papa. Ha il tempo di una foto ricordo con tutti i presidenti che gli stanno intorno. Il pensiero ritorna alla nostra terra : «Saluti la Sardegna».

Quella sagoma bianca, curva su stessa, inizia la strada del ritorno. Il fragore degli applausi scandisce ogni suo passo. È sul ciglio della porta. Si ferma. Ruota il corpo. Poggia per un attimo il bastone della sua vecchiaia e mima il battito di mani. È il saluto di un Papa che non va via ma entra nella storia dell’Umanità. Con la Sardegna nel cuore.

L’AFFRESCO DI KAROL NELLA STORIA DELL’UMANITA’

E’ un dipinto raro nell’immensità dell’Universo. A tinte forti. Come nel suo carattere, come quella rappresentazione che il suo corpo ha segnato nella mente di ognuno di noi. Prima e dopo. Forte e fragile. Coraggioso ad oltranza. Capace di affrontare le sfide impossibili. Rovesciare regimi con la forza della parola. Con la fede, instillandola dove non esiste. Oggi è divenuto Santo.

SPALANCATE LE PORTE, NON ABBIATE PAURA

Ma forse per molti di noi lo era già. Per questa nostra terra arsa dalla disoccupazione, dal sacrificio eterno, valga quella sua lezione morale. Prevalga quell’impeto di Karol Santo Minatore: spalancate le porte non abbiate paura. Grazie Karol, Santo minatore!