MAGOMADAS, BASTA PERDERE TEMPO, CHI NON AGISCE E' COMPLICE

Non avrei mai voluto scrivere quello che sto per scrivere.

Sono sempre stato convinto che un sindaco, un'amministrazione comunale, i rappresentanti delle comunità devono mettere al di sopra di tutto, senza se e senza ma, l'interesse primario ed esclusivo dei propri cittadini.

Tergiversare, perdere tempo, fare melina, o peggio tentare di sfinire le legittime e doverose proteste della propria comunità significa venir meno al mandato costituzionale di rappresentare un interesse generale e legittimo.

È passato troppo tempo da quando i cittadini del piccolo paese di Magomadas denunciano l'insostenibilità di un accampamento dedito al trattamento e commercio delle fogne che dalla Puglia arrivano direttamente in quel brulicante paesaggio dedito alla produzione della celebre Malvasia.

È passato troppo tempo senza che chi di dovere ponesse fine a violazioni normative sia di carattere nazionale che regionale.

La visita prevista per stamane da parte dell'Arpas, invocata dal sindaco di Magomadas, appare funzionale ad una logica tutta protesa a perdere tempo e a proteggere un'attività che non ha i presupposti fondamentali per essere proseguita in quell'area.

L'Arpas ha già fatto tutto quello che doveva fare.

Ha beccato in flagranza di reato camion senza certificati, impianti di protezione ambientale spenti e disattivati, fanghi fognari accatastati senza alcun codice identificativo, registri campati per aria senza capo né coda.

Tutto questo è stato già messo nero su bianco e, come prevede la legge, immagino, trasmesso alle procure competenti.

C'è, però, un aspetto più rilevante di tutti gli altri, che non si può né sanare nè tentare di nascondere.

E' lì, davanti agli occhi di tutti: l'illegittima e illegale distanza di quell'accampamento con il centro abitato.

La distanza dalle case di Magomadas con stercopoli non è derogabile, non è sanabile, si risolve con la revoca, senza se e senza ma, dell'autorizzazione e della concessione edificatoria.

Si tratta di un vulnus prioritario rispetto a qualsiasi altro tipo di violazione.

Per valutare questi elementi non serve nell'Arpas ne altri, basterebbe che il Comune disponesse la puntuale verifica della distanza tra il centro abitato, così come definito dal codice della strada, e quell' accampamento per rendersi conto della violazione inderogabile delle distanze.

Continuare a perdere tempo e non tenere, invece, conto di quanto stabilito nel piano regionale dei rifiuti, norma di riferimento assoluto per quel tipo di insediamento, significa divenire complici di ciò che non potrà non essere elemento imprescindibile per la stessa magistratura.

La differenza sarà sostanziale, anziché avere un Comune parte attiva nel rispetto delle norme ci sarà un'amministrazione comunale chiamata a rispondere sul mancato rispetto di norme urbanistico edilizie, peraltro funzionali al rispetto dell'ambiente e della salute pubblica.

Appare comprensibile a chiunque che quella norma che indica in 300 metri la distanza minima dal centro abitato da impianti di trattamento rifiuti sia funzionale, prima di tutto, al rispetto igienico sanitario della collettività.

Non intervenire o peggio perdere tempo, tutto in funzione della difesa di quello scempio, significa far prevalere interessi diversi da quelli generali collettivi.

Del resto basterebbe assumere come norma di comportamento la costante giurisprudenza che indica come insanabile la violazione delle distanze in materia urbanistica ed edilizia.

Non ci vuole uno scienziato per rendersi conto che quell'accampamento dista dal centro abitato 158 m e non 300 come prevede il regolamento sull'insediamento di impianti di trattamento rifiuti.

Un sindaco, un'amministrazione comunale, non deve perdere nemmeno un minuto dinnanzi ad una violazione così evidente e palese della norma.

Basterebbe un vigile urbano e un geometra del Comune per ordinare alla provincia di Oristano la revoca, senza se e senza ma, di quell'autorizzazione per la violazione delle disposizioni legislative e regolamentari che rendono palesemente illegittimo quell'insediamento.

La giurisprudenza di ogni ordine e grado ha da sempre stabilito che le esigenze dell'igiene e della salute pubblica, la conservazione dell'ambiente, sono norme di interesse pubblico tese ad un ordinato assetto urbanistico tese a rafforzare, armonizzare il rispetto dei diritti collettivi.

E' per questa ragione che dai Tar alla Cassazione vi è stata la reiterata indicazione di tener conto dei termini ordinatori e prescrittivi della norma integrata nelle disposizioni urbanistico ambientali sia di emanazione regionale che locale.

Il costante orientamento della cassazione prevede, infatti, che tutte le disposizioni tese a integrare le norme disciplinate dal codice civile siano da ritenere inviolabili e, di fatto, di pari grado, in quanto integrative, dello stesso codice civile.

In questa direzione le diverse sentenze della cassazione indicano la riduzione in pristino come immediata attuazione, anche se non indicata nella norma stessa, come conseguenza del rispetto della norma.

Quindi, in sede di autotutela, revoca della autorizzazione-concessione e demolizione delle opere funzionali ad un intervento vietato da una disposizione di massima tutela integrale prevista sia dalle disposizioni nazionali che regionali.

Perdere tempo con sopralluoghi, preannunciati e inutili alla causa, significa favorire situazioni di palese illegittimità e illegalità.

Se, dunque, i tecnici dell'Arpas, con il sindaco, si recheranno in quel insediamento, farebbero bene a prendere un metro e misurare la distanza dal cartello di ingresso del paese a confine recintato di quella vergognosa rivendita di fogne altrui.

E poi sarebbe utile che sindaco e la stessa Arpas entrassero nel lotto affianco, così come indicato dalle immagini pubblicate quarantott'ore fa, in cui si evince che in un'area non autorizzata, non predisposta, in violazione di tutte le norme ambientali, sanitarie, e urbanistiche è stata realizzata una vera e propria discarica non autorizzata di materiali provenienti dall'impianto di stercopoli.

Basterebbero questi due elementi immodificabili e incontrovertibili per indurre sindaco ed Arpas ad un verbale di poche righe: l'insediamento si colloca ad una distanza dal centro abitato in violazione delle norme inderogabili sulle distanze di impianti dediti a trattamento rifiuti.

Nella stessa disposizione va rilevato un'illegale accumulo di materiali, qualificabili come rifiuti, in un'area non autorizzata.

Considerato che tale insediamento, poi, si colloca nel perimetro normativamente individuato delle produzioni DOC di Malvasia e che tale insediamento è vietato si dovrebbe, con ordinanza comunale sindacale, disporre l'immediata chiusura della stessa.

Perdere tempo, arrampicarsi sugli specchi, significa non assumersi la responsabilità del governo di una comunità che deve essere rispettata prima di tutto nel diritto fondamentale alla salute e all'igiene pubblica.

Non rilevare le distanze, per l'ennesima volta, potrebbe configurarsi come grave omissione, con tutte le conseguenze del caso.

Si deve agire per non essere complici.