NOTTE E ALBA AD AMATRICE... NELLA TERRA DI DIO

IL RACCONTO DI UNA GIORNATA A CONTATTO CON LA FINE DEL MONDO, E CON LA RINASCITA POSSIBILE

Di colpo il silenzio ti aggredisce le corde vocali. Gli occhi vagano come se il mondo si fosse in un batter di ciglio ribaltato. Non vedi la fine dell’orizzonte, perché è davanti a te. Scolpita come nessun altro avrebbe potuto. Amatrice, notte e alba nella terra di Dio.

Quando quei tornanti tortuosi e al contempo sinuosi tracciano la strada davanti a te non hai nemmeno lontanamente l’idea di cosa ti aspetta.
Mi ripeto: l’ho visto in televisione dalle prime alle ultime immagini, non potrà mai essere peggio di ciò che l’etere ha trasferito nelle case di ogni umano. Il popolo seduto in poltrona tra una bibita e tarallucci ha visto tutto quello che c’era da vedere, oso riflettere. Poi, di colpo, la strada si ferma. Interrotta. Cartelli eloquenti. Quello giallo fosforescente fattosi freccia impone una svolta repentina. Da valle non si passa. L’inferno paradiso è a due passi. Il viottolo d’accesso è scomparso, non resta che il gran premio della montagna. Gli abbaglianti fissi non interrompono per nessun motivo il senso inverso. Non scende anima viva.

Buio ad oltranza. Sino alla fine del mondo, che pensi sia una profezia impossibile. E invece no. Il volto oscuro di una maledizione infinita è nel primo varco verso una faglia che si è mossa come la coda di un dinosauro ciclopico interrato nelle viscere della terra. Non una scossa, ma la rivolta tellurica della crosta terrestre. In lungo e in largo, in alto e in basso. Veloce e fulminea come una frustata divina. La macchina si inchioda. Gli sguardi sono attoniti. Sbarrati. Nessuno di noi aveva mai visto un terremoto. Nessuno. Perché quello in televisione non fa testo. Quello non è terremoto. Per capirlo bisogna entrarci dentro, anche 14 mesi dopo. Metterci le mani. Gli occhi. Il respiro. Il cuore. Che si agita come se quella scossa non si fosse mai fermata.

E’ buio, in tutti i sensi, quando il cartello si fa armato. Militari e sbarre da check point di guerra. Zona rossa, inviolabile. Prima e dopo quel maledetto 24 agosto dello scorso anno. I fari squarciano l’oltretomba di questo paese incantato crollato sull’incedere della vita terrena.
Il tutto si fa surreale. Come se quella celluloide in digitale si sciogliesse di colpo per lasciar spazio alla realtà. I tetti delle case sono al posto della fondamenta, i plinti al posto delle antenne televisive.

Se non sei qui non sai cosa sia un terremoto.

Non si può entrare, ammette una giovane donna in mimetica e mitra. Serve il pass per la zona rossa.

Mi guardo intorno, dietro, di fianco, a destra e a sinistra, e mi domando: ma cos’è questa zona rossa se qui dovunque ti giri vedi il mondo a testa in giù?

Il mesto cammino nella zona non rossa è silenziato. Nessuno fiata. Incantati da tanta tragedia. Si, incantati. Dalla grandezza immane di questa sciagura. La notte incede. Dobbiamo cercare alloggio e cibo. Non troviamo subito il primo ma ci indicano il secondo. Nella terra natale dell’amatriciana hanno ricostruito, con lungimiranza, prima di tutto un’area food. Il primo segno di rinascita. Edifici moderni in legno e cristallo. Ingegnati da architettura ardita ma nel contempo felicemente inserita nel contesto. Si mangia, come se di lì il terremoto non fosse mai passato. Cucina un signore con qualche giorno oltre i 70 anni. Sembra un giovanotto. Rinato. Seconda vita dopo 18 ore sotto le macerie. Cucina, come se niente fosse accaduto. E del resto uno che ha conosciuto il peso della morte così da vicino non può perdere altro tempo a rimuginare ciò che è stato. La sua “amatriciana” è divina. Roba da non credere. Fatta a mano. Dal grano al sugo. Ci trovano un alloggio. Ad Amatrice. E’ l’unico agriturismo rimasto in piedi, ci dicono. Quando arriviamo ci accoglie una signora che non si è mai fermata. Parla e parla. Racconta, infinitamente racconta. Parte da lontano, quando trentacinque anni prima era arrivata lì da Roma per comprare un cavallo. Non se n’è più andata. Si è comprata il quadrupede e si è sposata il proprietario. Quelle stalle, divenute nel tempo inutili, diventano in poco tempo un agriturismo felice. La trasformazione tanti anni fa la immagina la signora illuminata ma l’opera è di un ingegnere con la quinta elementare e una paura fottuta del terremoto, il marito. Lo hanno intervistato dalla Cina agli Stati Uniti: io, ingegnere senza laurea ho costruito pensando al terremoto che non sarebbe mai arrivato. Invece, è maledettamente giunto a destinazione. Le sue stalle, però, fattesi stanze d’albergo sono rimaste intatte. Come se il dinosauro infuriato non fosse riuscito ad arrivarci.

Scorre ad occhi aperti la prima notte nell’inferno.

La sveglia è all’alba. Quando il sole è ancora riverso sul fronte nascosto. I riflettori del giorno stentano ad accendersi. Lentamente si illumina il creato di Dio, verde ovunque. Montagne imponenti e dallo skyline esclusivo. Una conca incastonata come un diamante nel parco del Gran Sasso. Mille metri sopra il mare. E un agriturismo rimasto in piedi.

Rifletto. In silenzio.

Ci aspetta la coda davanti all’ufficio della zona rossa. Per accedere nel volto più devastato di questo trapasso tra la vita e la fine.

Quando arriviamo in questo container fattosi municipio ti aspetti la fila per quel timbro d’accesso. E invece non c’è nessuno. Nessuno. Il funzionario non fiata: dispone del foglio per le visite istituzionali. Ce lo fa compilare. Serve la firma del Sindaco, Sergio Pirozzi, uomo d’altri tempi. Pane al pane, vino al vino. Irrompe poco dopo. Saluta come se ci conoscesse da sempre. Ma in realtà non sa nemmeno da dove veniamo. Quando percepisce Sardegna spalanca le porte del suo sgabuzzino e ci accoglie come se fossimo di casa. Parliamo per ore. Il tempo scorre e il confronto è serrato. Esperienze emergenziali a confronto, lo scontro con i poteri di Stato, la forza d’animo e la passione per la propria terra. Firma l’autorizzazione ma si scusa, non vi posso accompagnare: io lì non ci voglio mettere piede, devo pensare al dopo.

Ci abbracciamo. In silenzio.

Arriviamo a ridosso della zona off limit. Un bugigattolo da 10 metri quadri ospita, 14 mesi dopo il sisma, il distaccamento dei vigili del fuoco. Ci accoglie uno dei cinque (dicasi 5) angeli di questa terra. Lo Stato non è stato nemmeno in grado di assegnare un contingente minimo di uomini dediti alla salvezza. I suoi occhi sono segnati. Ha scavato a mani nude dalle prime ore dell’alba, dopo quella nefasta notte. Ha visto morti ed estratto corpi vivi. Ci vuole accompagnare lui, dove tutto è dimenticato. Dove lo Stato da 400 giorni e passa continua a tergiversare.
Casco consunto e impregnato di polveri di ogni genere si posa sui nostri capi. Per sicurezza. Ma qui non rischiamo crolli. E’ tutto già crollato.
Quando varco quella soglia tra la zona gialla e quella rossa capisco, per la prima volta, cosa significa la fine del mondo.

Quello che abbiamo visto in schermi da salotto è niente. Niente! Qui, in questa giornata di sole, capisci cosa significa. Poggi le pupille su oggetti rimasti inermi, fermi sul giorno finale della vita. Letti con i cuscini ancora addormentati sotto il peso di un solaio schiacciatosi a terra come un fulmine inaudito. Passi lenti in questo inferno dove niente, niente, è rimasto intatto. Tavole apparecchiate, panni stesi. Sono lì a segnare la vita che si è fermata. Osservo, scruto, divoro queste immagini che si proiettano così violente in chi non ha mai toccato così da vicino una catapulta dell’immenso.

Si resta narcotizzati. Sotto choc perenne. Allibiti. Stravolti da cotanta violenza. Tralascio i giochi dei bambini rimasti adagiati in ogni dove, le scarpe inutili per una fuga tanto rapida quanto a volte drammaticamente vana. Guardo i pilastri, i muri, i tetti, le giunture, il ferro, dove c’è. Vedo case ribaltate a testa in giù. Pilastri mozzati come se l’accetta divina li avesse trapassati con un colpo netto e secco. Mi fermo.

Mi metto nei panni di chi ha perso la casa. Ha perso la vita. Ha perso tutto. E interiormente mi domando: si potrà mai ricostruire quello che è stato devastato da una violenza superiore?

Rifletto. Penso alle emozioni, alle radici, di chi lì è nato e ha vissuto.
E poi, invece, il frullatore impazzito delle emozioni lascia l’incedere alla riflessione propositiva: non tutto è perduto. Anzi. Un’immane tragedia come questa deve diventare una grande lezione di vita, di scienza e di lungimiranza.

Ci sono molti modi per ricostruire. Attendere secoli e passo dopo passo cancellare il segno di questo terremoto, pensando di rifare una copia esatta di ciò che non c’è più. Ci sono poi le casette provvisorie che diventano perenni. Il provvisorio che si fa permanente. E poi c’è la lezione di Dio. Sì, trarre da questa tragedia una lezione, tanto dura quanto avvincente.

Io, per esempio, per queste terre immagino una rinascita sotto l’egida del Creato. Lo dico e lo scrivo avendo conosciuto a tutti i livelli la cialtroneria di Stato. Avendo sentito immani volte capi di stato e presidenti di ogni genere impegnarsi al fatidico: ricostruiremo tutto come prima.

Ad Amatrice scorgo, invece, i segni illuminati di qualcosa che deve andar oltre questa profetica quanto fasulla ricostruzione fotocopia del passato, che non c’è più.

Bisogna partire da ciò che è rimasto. E non è poco. A partire da quelle famiglie che qui vogliono continuare a restare, per vivere e non sopravvivere.

Traguardo le tre lezioni di Amatrice.
La lezione di Dio: la natura è la più forte, mai violarla o sfidarla, semmai ammirarla e rispettarla.
La lezione dell’agriturismo: prevenire.
La lezione di Pirozzi: rinascere puntando sull’identità e la forza di una comunità.

Ecco, se dovessi, per mera riflessione di un indomito desiderio propositivo, immaginare il futuro di queste terre direi:
Amatrice e le sue comunità sorelle devono diventare il più grande laboratorio al mondo per studiare la terra. La sua forza, la sua imponenza, le sue evoluzioni. Per studiare sul campo le faglie, i movimenti, le dinamiche. Per tradurre sul piano scientifico la grande rivolta della terra. Immagino campus universitari e non solo da tutto il mondo, immagino laboratori di scienza dei materiali, scienza delle costruzioni, scienza della terra. Osservare, studiare, affascinare quell’universo che conosciamo solo con l’effetto devastante di un terremoto. Immagino strutture ex novo realizzate con le tecniche più evolute per ospitare studenti da ogni angolo della terra, nel pieno rispetto di una natura rimasta incontaminata.

Immagino la zona rossa come il fulcro di un grande progetto di vita, la testimonianza da visitare, da scienziati a studenti, da cittadini a profani. Per toccare con mano, per rendersi conto della natura.

Dell’esigenza di rispettarla e di viverla senza sopraffazioni. Immagino quei vuoti dentro Amatrice come un monumento al centro della nuova Amatrice. Idealizzo un fermo immagine perenne su quei muri spezzati, quei pilastri con ferro liscio o senza ferro. Immagino la zona rossa come la più grande aula vivente della terra. Ripristinando solo ciò che si è salvato, ma lasciando intatto il segno indelebile della natura divina. Mai un ingegnere o un tecnico potranno capire quanto è importante la loro professione se non passano di qui. Dove le vite hanno lasciato queste terre per sempre per un ferro mal calcolato o per una violenza inaudita della natura non preventivata. Significherebbe anche rispettare il dolore, dove non si fanno selfie ma si studia ciò che solo qui si può toccare con mano, e con il cuore.

E poi c’è la natura che diventa attrattiva complice di questo sistema che rinasce. Una sfida positiva ad impatto minimo con efficacia massima. Nel rispetto del Creato. Turismo naturalistico, scientifico, gastronomico.
L’area food che Sergio Pirozzi ha voluto ricostruire con grande lungimiranza prima di qualsiasi altra cosa è il segno della vita che rinasce, di coloro che possono riprendere la vita quotidiana nella terra di Dio, oggi funestata e domani rigenerata. Segno indelebile di una scommessa che rispetta la tragedia e ne coglie l’essenza per il futuro.

Grazie Amatrice per la tua lezione di vita. Vado via sapendo, oggi più che mai, che la natura è una forza imponente e divina, impossibile da non rispettare. Il sacrificio di questa terra e di questa gente coraggiosa valga per tutti coloro che pensano di poter fare tutto senza amare la propria terra.

La lezione di Amatrice vale infinitamente tanto anche per la nostra terra Sarda, forte e apparentemente inattaccabile. Per rispettarla, difenderla e valorizzarla non bisogna attendere segni divini, basta amarla, da subito.