QUEI GIORNI CON CARLO RUBBIA, SULLE SPALLE DEI GIGANTI

di

Mauro Pili

Ritornano in mente ciclicamente le lezioni della vita. Quelle che lasciano il segno. Forte e chiaro. Indelebile, strade maestre che non ti scordi nemmeno davanti ai vuoti di memoria.

Della mia visita militare non ricordo granchè, so solo che mi spedirono a La Spezia. Essendo nato ad Ottobre, secondo le procedure di leva, mi spettava la Marina.

Le visite psicoattitudinali celarono la mia pur totale avversione per la navigazione, ma l'ingresso nel corpo dei marines italiani si infranse alla fatidica domanda: da dove arriva?

Risposi con fermezza: Sardegna! Malattie particolari? Nessuna. Sollevi la manica: prelievo.

Il giorno dopo il congedo, irreversibile: G6PD carente. Tradotto: fabico!

La mia avventura in mare aperto si fece tramonto senza aver conosciuto l'alba.

Diciamo la verità. Se avessero intravvisto il mio sorriso sornione stampato in faccia sarebbe stato facile per chiunque comprendere che la defenestrazione preventiva era stata una liberazione.

Festeggiai, ovviamente! Senza troppa enfasi, ma lo feci. Mi regalai per l'occasione una copia del neonato quotidiano di Eugenio Scalfari, la Repubblica. Il viaggio su ferro a ritroso verso la patria di Sardegna sarebbe stato lungo e decisi di farmi compagnia con qualche insolita lettura.

Nella prima pagina campeggia l'immagine di un omone che ha appena ricevuto il premio Nobel per la Fisica. Le pagine interne sono tutte per lui, il professor Carlo Rubbia, scienziato visionario, capace di traguardare l'immenso senza porsi il problema dell'infinito. Le ragioni del premio vanno ricercate in un collisionatore di protoni e antiprotoni del quale non ho capito ancor oggi assolutamente niente.

Non mi disperai e cercai di cogliere l'essenza del ragionamento di Rubbia, tradotto nella lezione campestre: se vuoi trovare funghi non cercarli dove c'è già passato qualcun altro!

Non porti limiti, sogna, libera la fantasia, osa e sappi essere audace. In pratica, sii lungimirante!

Ovviamente conservai quella copia di Repubblica, non tanto per la rievocazione della scampata naja ma per quel fascio di luce che illuminò i miei pensieri.

Aprii il cassetto e riposi quella lezione a futura memoria.

I casi della vita mi portarono alla tenera età di 32 anni a diventare il più giovane Presidente della storia autonomistica della Sardegna. Appunto, i casi della vita.

Non so se catalogare il tutto nella prima o seconda Repubblica, di certo eravamo ancora nell'era del manuale Cencelli, la spartizione pesata con bilancini di precisione farmaceutica.

Metodi che avevo avversato e contrastato da sempre ma che comprendevo non sarebbe stato facile annientare dall'oggi al domani.

Decisi, quindi, di suddividere il grano dal loglio, pensando di soddisfare la famelica corsa al potere degli alleati con le frattaglie, preservando i pezzi pregiati per il futuro della Sardegna.

Tra questi vi era il Crs4 e il Parco scientifico e tecnologico.

La ricerca, quella maiuscola, per esplorare l'ignoto, per essere apripista e non inseguitori.

In realtà non proferivo verbo ma avevo ben chiaro l'obiettivo, ardito e impossibile, presuntuoso e irraggiungibile.

Dicevo a me stesso: osa!

Fu così che feci contattare Carlo Rubbia,il Nobel della Fisica.

Gli chiesi un incontro, disponibile a raggiungerlo in capo al mondo. Rimasi sbigottito quando mi disse: vengo io in Sardegna.

Non ebbi tempo per percepire il peso dell'incontro e dovetti ricorrere senza indugio ad ogni arma subliminale per fargli capire che dalla sua risposta dipendeva il futuro non solo della Sardegna.

Fui esplicito: sogno un'isola che si muove con il sole, senza scorie nucleari, capace di essere all'avanguardia nell'energia e nella ricerca applicata!

Il sole, esplicitai, deve essere il core business della nostra terra!

Ovviamente non lo dissi a caso. Da quel collisionatore di protoni e antiprotoni di 18 anni prima ne era passata di acqua sotto i ponti.

Rubbia era nel frattempo diventato il più impertinente degli antinuclearisti, il più acerrimo nemico dei fossili energetici.

Non lo avevo perso di vista e quella sfida a pensare in grande, verso l'infinito, mi aveva sempre affascinato.

Per lui la sfida più moderna era allora il sole, fratello Sole, per sorella Terra.

E da uno come Rubbia non ci si poteva aspettare qualche semplice riflessione francescana.

Mi ascolta. Mi guarda fisso, scruta, indaga. Teme l'imboscata mediatica, l'uso improprio della sua immagine in uno spot mediatico.

Dalla stanza presidenziale esce anche la sua assistente. Alle mie spalle il cenacolo, dipinto donato alla Regione da Paolo VI in occasione della visita pontificia in terra sarda del 24 aprile del 1970.

Restiamo soli. Mi si rivolge a muso duro: voglio credere nel suo sogno, accetto! Non voglio interferenze politiche e chiedo di poter coinvolgere tutti i soggetti che ritengo utili al progetto.

La stretta di mano è vigorosa, gli occhi sbarrati uno sull'altro. Rubbia è presidente del Crs4, il cuore della ricerca sarda.

La strada del Sole è ancora inesplorata e la Sardegna può esserne battistrada.

Rubbia è nauseato dalla politica, quella italiana sopratutto. L'hanno tradito, accoltellato, ignorato e persino umiliato. E' scappato via per onorare l'antico adagio nemo propheta in patria.

Per lui la missione in terra sarda è riscatto personale e strategico, la considera una nazione senza Stato, ma pur sempre un continente.

Qualche settimana dopo è nuovamente nell'isola.

Questa volta ha con sé il piano strategico dell'Isola del Sole, socchiuso in quella cartella di antica memoria in cui si celano i segreti più delicati.

Lo spiega alla stampa, qualche ora dopo avermeli illustrati. Lo fa con la semplicità del maestro Manzi, facendo comprendere l'ignoto e al contempo la maestosità del piano.

Dal sole produrremo Idrogeno, scomponendo le molecole dell'acqua. Possiamo arrivare a produrre carburante dall'acqua per 800 mila auto. La Sardegna, spiega Rubbia, in pochi anni può diventare la regione più solare del mondo. Zero inquinamento ed energia a basso costo.

Lavora Rubbia, in silenzio. Ogni volta che lascia Ginevra, per raggiungere il mondo, passa da Cagliari. Stiamo andando avanti, mi ripete.

In una delle ultime visite l'incontro si fa politico.

Ho visto la sua posizione sulle scorie nucleari, mi dice. La condivido e mi sono permesso di scriverle un appunto tecnico, e non solo.

Appunto su biglietto a quadretti, come quelli di zio Giovanni.

Questi depositi - mi scrive - sono delle vere e proprie "vergogne" dell'energia nucleare, vengono nascoste nelle profondità sotterranee e marine. Ci liberiamo di un problema passandolo in eredità alle generazioni future, perché queste scorie saranno attive per millenni.La sicurezza assoluta non esiste neppure in quest'ultimo stadio del ciclo nucleare. I cimiteri radioattivi possono essere violati da terremoti, bombardamenti, atti di sabotaggio. Malgrado tutte le precauzioni tecnologiche, lo spessore e la resistenza dei materiali in cui questi rifiuti della fissione sono sigillati, la radioattività può, in condizioni estreme, sprigionarsi in qualche misura. Neppure il deposito sotterraneo, a centinaia di metri di profondità può essere ritenuto, secondo Rubbia, completamente sicuro. A mio parere - scrive il Nobel - queste scorie rappresentano delle bombe ritardate. Sto lavorando - rivela Rubbia - ad un Accordo di Collaborazione per attività di Ricerca e Sviluppo Sviluppo sia nel campo delle tecnologie dei metalli liquidi pesanti, sia nel campo della sicurezza nucleare e della chiusura del ciclo del combustibile degli impianti nucleari.

L'obiettivo è quello di sviluppare sistemi e tecnologie finalizzati a ridurre drasticamente la radiotossicità dei rifiuti radioattivi a lunga vita, mediante il processo di trasmutazione.

Sintetizzo e concludo, mi scrive Rubbia, questa tecnologia consentirà di “bruciare” le scorie radioattive che hanno vita troppo lunga per garantire la sicurezza ambientale futura.

E' inutile dirvi che nessuno dei due progetti andò avanti.

Il Piano dell'Isola del Sole, già in fase di valutazione esecutiva ed economica, si fermò con la mia mancata rielezione alla presidenza della Regione e il conseguente abbandono di Carlo Rubbia che non accettò le successive interferenze della politica.

Saltò per aria anche il piano per "bruciare" le scorie radioattive e ridurre al minimo temporale la radiottività. Rubbia dovette lasciare anche l'Enea. La politica non voleva che quel piano andasse avanti.

Oggi come allora le lobby dell'energia, del nucleare, degli affari decidono sulla testa di tutti.

Semplicemente perchè non abbiamo l'ambizione di rompere gli schemi, perchè non osiamo, perchè non traguardiamo il futuro con lungimiranza e coraggio.

Preferiamo essere sucubi e seguaci, piuttosto che audaci e protagonisti.

Oggi che ancora combattiamo con l'energia fossile, con le scorie nucleari e con l'assenza di visione, oso dirvi: abbiate il coraggio di alzare lo sguardo, di scommettere nel futuro senza timore, con quella buona dose di fortuna che solo osando si potrà avere al nostro fianco.

Ai voi giovani d'oggi che non avete più l'angoscia della naja suggerisco: salite sulle spalle dei giganti per traguardare meglio il vostro futuro,per vedere più cose di loro e più lontane!

A schiena dritta e testa alta!