scusate la malagrazia: ci stanno fottendo

Cercherò di usare concetti semplici e chiari per dirvi ciò che sta per succedere nei palazzi di Roma.

Se dovessi usare un linguaggio esplicito e poco elegante, accompagnato da malagrazia, vi direi: ci stanno fottendo.

E se dovessi giudicare la vergognosa parata di ieri in Consiglio regionale, al cospetto del capo dei capi, oserei dire che a gran parte dei vertici politici e istituzionali della Sardegna il tutto non dispiace.

Si sono accucciati, come si addice ai sudditi, al cospetto del silenzio padronale con riverenza e devozione, balli e canti.

Tutto con una mesta litania di scontate prolusioni del niente, intrise di ignoranza costituzionale e intinte di pressapochismo da sezione periferica del regno.

Mattarella ha omaggiato la Sardegna con il più scontato dei commenti collaterali: una bella terra, meritate di più.

Collaterali al niente: il capo dello stato italiano, giunto in terra sarda non ha proferito mezza parola.

Ha salutato i 70 anni dello statuto autonomo della Sardegna con il silenzio!

Malagrazia, maleducazione, irriverenza? No.

Semplicemente lui, il capo degli italiani, sa quello che sta accadendo nei palazzi romani, sa che quello statuto tra qualche settimana sarà carta straccia.

E nessuno di quei signori della casa dei Sardi ha osato proferire mezzo verbo per preannunciare a quel signore grigio e ignavo che la Sardegna non ci sta!

Non l’hanno fatto perché nessuno dei presenti, per quelli che hanno capito quanto sta per succedere, muoverà un dito per contrastare quanto tra qualche giorno, forse già domani, verrà approvato da Palazzo Chigi e che il prossimo parlamento, chiunque vinca o perda, sarà chiamato a ratificare.

Chiunque votiate non preoccupatevi, il servilismo italianista e di partito sarà decisivo e prevarrà alla pari delle inesistenti opposizioni pseudo sarde intrise di carrierismo a buon mercato.

Hanno festeggiato lo Statuto come si conviene ad una festa paesana, dimenticandosi che domani a Palazzo Chigi allo Statuto Sardo gli fanno la “festa” vera.

Nè il Presidente del Consiglio Regionale, meno che mai quello della Regione, hanno avuto l’ardire di riferire al Capo dello Stato italiano che la fregatura delle regioni ordinarie che diventano nella sostanza “speciali” per poteri e fondi è la più evidente aggressione alla nostra terra.

La sostanziale cancellazione della differenziazione costituzionale tra regioni ordinarie e speciali è un agguato alla costituzione, al principio della coesione e del riequilibrio. Siamo dinanzi ad un golpe silenzioso e strisciante che cancellerà di fatto la nostra già flebile e per molti versi inutile autonomia.

I due servitori di partito e di Stato presidenti del Consiglio e della Regione hanno scelto il silenzio, al cospetto di analoga scelta del loro supremo.

Del resto non serve un emerito costituzionalista per capire che se Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, per iniziare, chiedono e ottengono più poteri e più fondi significa che la forbice del divario non solo si restringe ma si amplia.

Loro potranno correre sempre di più e la Sardegna potrà continuare ad avere solo la retromarcia.
Lo capirebbe anche un bambino alle prime armi con le addizioni e le sottrazioni.

Facciamo un esempio concreto. La Sardegna ha un indice infrastrutturale ferroviario di 15, ferrovie scarse e treni lenti. La Lombardia e il Veneto di 130, fatta 100 la media nazionale. Se al Veneto e alla Lombardia aggiungi poteri e soprattutto nuove risorse il risultato sarà evidente: le loro ferrovie avranno un indice di efficienza a 200 e la Sardegna sempre 15.

Non ci vuole uno scienziato per capirlo. In via Roma e viale Trento a Cagliari o non l’hanno capito oppure “gli piace”.

Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, a cui già si aggiungono Liguria e Piemonte, chiedono di trattenere il proprio gettito fiscale. Le proprie tasse.

Peccato che sino ad oggi a finanziare le loro strade, ferrovie, ect. ci abbia pensato la Sardegna!

Basta pensare ai 6 miliardi che lo Stato ha incassato ogni anno per le sole accise della Saras, quella di Moratti! Insediata in Sardegna, sacrificando, con servilismo a manetta, e scarsa lungimiranza, una delle coste più belle dell’isola.

Oppure con i trasporti ridotti all’osso per foraggiare la romana Alitalia o l’Anas.

Se fossimo in uno Stato equo, che non discrimina, prima di far fare dieci passi in avanti a chi è già notevolmente avanti li farebbe fare a chi è indietro, notevolmente indietro.

E invece niente. Siamo ancora alle chiacchiere dell’insularità. Propaganda a buon mercato del niente.

Sarebbe bastato ricordare al facente funzioni di capo dello Stato italiano che esiste una legge, legge 42 del 2009, art.22 lettera g, che prevede la misurazione del divario insulare e la sua compensazione. Norma voluta dal sottoscritto e inserita dopo un durissimo scontro, giusto per rinfrescare la memoria a qualche inetto!

Non servono altre leggi: serve un decreto legislativo del governo per attuare uno dei pochi articoli non attuati.

Dunque, ricapitolando: la Giunta regionale sarda deve impugnare, senza se e senza ma, gli accordi e le future norme che modificano i poteri e le risorse a favore delle regioni ordinarie. Siano esse di destra o di sinistra.

Se fossimo stati in un regione con a capo normali difensori della causa sarda ieri si sarebbe chiesto formalmente, pubblicamente ed esplicitamente al capo dello Stato di inviare un messaggio al governo e alle Camere perché attuino il riequilibrio insulare previsto dalla norma dello Stato richiamata.

Chiedere modifiche costituzionali per inserire il riconoscimento insulare non solo è tempo perso ma è inutile ai fini sostanziali. La Costituzione non stanzia risorse. E alla Sardegna non servono chiacchiere.

Basterebbe prendere la mia proposta di legge scritta 8 anni fa! In quel testo, in maniera subdola ignorato da destra e sinistra, è previsto Paris, Piano Attuattivo Riequilibrio Insulare della Sardegna, sono previsti poteri e risorse.

Tutto il resto sono chiacchiere, al servizio dei padroni di partito, delle lobby, a scapito della Sardegna e dei Sardi!

E in consiglio regionale intanto si balla e si canta!