NASSIRIYA, VITTIME DEI TERRORISTI E DI UNO STATO VIGLIACCO

IPOCRITI DI STATO, DOPO 16 ANNI NESSUNA GIUSTIZIA

Onore a Silvio Olla e alle vittime di Nassiriya

Ascolto i telegiornali, le lacrime postume di uno Stato vigliacco, il silenzio sulla verità della strage di Nassiriya.

Nessuno che abbia il coraggio, la franchezza, l'onestà intellettuale e morale di raccontare la verità su quella strage di Stato, su quei giovani militari uccisi non solo da un attentato.

Eppure ci sono gli atti, quelli processuali e non solo che raccontano una verità scomoda, più comodo nascondere che far conoscere.

Non ne parla il Capo dello Stato italiano, che del resto sui misfatti di Stato mantiene il profilo del non sento, non parlo, non vedo.

Lui che sa, ha visto e sentito tutto sulla strage in Kosovo tace anche su Nassiriya, 16 anni dopo quella devastante autocisterna bianca che devastò la base italiana in Iraq provocando l'uccisione di 19 italiani e 9 iracheni.

Tacciono i giornali, quelli di Stato e non solo.

Le cronache falsate e omesse non raccontano cosa in realtà fece perdere la vita al giovane militare sardo Silvio Olla e ai suoi compagni di missione.

Non bisogna disturbare lo Stato, non bisogna toccare i generali, i vertici militari, unti dal silenzio e dalla copertura divina.

La realtà è un'altra, tutta un'altra storia rispetto a quella che si sente nei ricordi coccodrilliani di questa triste giornata della Smemoria.

E' tutto scritto, però!

In una mia interrogazione parlamentare e negli atti processuali che inchiodano lo Stato, i generali e i superiori alla verità di quella strage.

Prima di tutto: due settimane prima dell'attentato i servizi segreti del Sismi avevano messo tutto nero su bianco avvertendo i vertici della missione e dello Stato.

Il dispaccio del Sismi è chiaro: da qui a due settimane sarà compiuto un attentato con un'autocisterna, con la descrizione dei colori e della stessa fabbricazione.

Una settimana dopo l'apocalisse all'ingresso della base di Nassirya.

Il Sismi avvisò dell'attentato di Nassirya, indicando perfino il colore dell'autocisterna che avrebbe attaccato.

La sentenza n. 824 del 2017 pubblicata l'8 febbraio 2017 dalla Corte d'appello di Roma non lascia adito a dubbi: la strage di Nassiriya si poteva evitare.

L'autocisterna che il 12 novembre del 2003 irruppe nella base militare italiana in Iraq e uccise 19 italiani (12 carabinieri, 5 soldati dell'esercito e due civili) e nove iracheni, poteva essere fermata.

Sarebbe bastato non compiere una serie di «errori», uno dei quali «clamoroso» e altre «irresponsabili assurdità», come è richiamato nella sentenza.

Un pronunciamento di diritto civile che riscrive l'intera vicenda: il generale dell'Esercito Bruno Stano (ora in pensione) è stato condannato a risarcire le vittime.

Un altro procedimento giudiziario, dopo 15 anni da quella strage, dovrà stabilire gli esatti importi economici a meno che il Ministero della difesa non si decida ad intervenire e risarcire direttamente i familiari che, da 15 anni, sono alle prese con questa odissea giudiziaria, di cui ovviamente non si può e non si deve parlare.

I giudici della prima sezione civile sentenziano: «È manifesta la stretta dipendenza tra il reato commesso (dal generale Stano) e la morte e le lesioni riportate dalle vittime».

Si legge nella sentenza: «Non può non essere ribadito, sul primo profilo, il vero e proprio preavviso di pericolo concreto contro le basi italiane in Nassirya, dato dal “punto di situazione” del 5 Novembre, noto al comandante, secondo cui un gruppo di terroristi di nazionalità siriana e Yemenita si sarebbe trasferito a Nassiriya, risultato ex post tragicamente veridico vedi le dichiarazioni del terrorista S.M.A.H. circa la base italiana scelta, quale obbiettivo, dopo sopralluogo, per la sua palese vulnerabilità. Si devono, allora, ricordare anche i messaggi del Sismi del 23 ottobre: un attacco a un obbiettivo al massimo entro due settimane. E del 25 ottobre, con precisione fin nei colori del mezzo: un camion di fabbricazione russa con cabina più scura del resto. Qui si deve rilevare l'evidente sottovalutazione, in capo allo Stano, comandante pro tempore, di un allarme così puntuale e prossimo».

Secondo il dispositivo: «Tale allarme si colloca, temporalmente, una settimana prima del tragico evento: ben c'era possibilità, dunque, di predisporre utilmente qualche maggior contrasto anche temporaneo. In ordine all'aspetto della complessiva insufficienza delle difese passive, il dato è certo e clamoroso. Né lo nega la sentenza impugnata che rileva quel che era sotto gli occhi di tutti. Mancanza di un'area di rispetto, inesistenza di una serpentina, hesco bastion troppo bassi e riempiti di ghiaia anziché di sabbia, così essendo chiaramente insufficienti e passibili di trasformarsi in proiettili (come per le munizioni della riservetta) anziché avere effetto protettivo».

Per i giudici: «Anche quanto alla riservetta (deposito munizioni, ndr) la sentenza precedente appare inadeguata, disattendendo la questione con una generica affermazione di concreta irrilevanza, mancando con ciò di confrontarsi – per non dire errando sul punto – con gli esiti delle indagini medico-legali che rilevavano come alcune vittime fossero state colpite da proiettili esplosi ma non sparati, il che rimanda proprio alla riservetta esplosa per l'innesco causato dall'esplosione del camion-bomba. Sullo specifico punto, anche un estraneo alle arti militari dovrà rilevare l'irresponsabile assurdità della collocazione così esposta di un deposito di munizioni».

Il dispositivo della sentenza stabilisce: «Tanto è poco vero che lo Stano sarebbe stato colposamente inattivo solo per ordine superiore, che egli stesso riferiva in data 22 ottobre 2003 di aver disposto il progressivo trasferimento di alcune basi del nostro contingente verso aree più sicure. Dunque, piena consapevolezza dei rischi imminenti; percezione della necessità addirittura del trasferimento (non attuato). E non vero che la direttiva gerarchica-politica imponesse la permanenza necessitata in posizione di rischio, tra la gente del posto. Non solo, ancor più era necessario innalzare, nel frattempo e nel possibile, le difese passive, in nulla attuate».

La sentenza conclude: «Ed allora: un siffatto operare – il comportamento virtuoso che si richiede a chi presiede una posizione di garanzia – sicuramente avrebbe, secondo regole di comune e condivisa esperienza, ridotto il rischio in sé o, quam minus, ridotto gli esiti di danno, perché il camion bomba, costretto a fermarsi prima, non avrebbe cagionato la strage poi in realtà causata».

Onore al Maresciallo Capo Silvio Olla, Onore ai suoi compagni.

Vittime non solo di un attentato ma di uno Stato vigliacco e sleale nei confronti dei propri servitori!